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11 Set 2015

Lavoro notturno: rischi ed effetti sulla salute dei dipendenti

Molto spesso, quando si parla di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro si tende a sottovalutare l’impatto che il lavoro notturno può avere sulla salute dei lavoratori. In questo approfondimento, cercheremo di affrontare brevemente quali sono gli eventuali rischi correlati a questa tipologia di impiego e gli obblighi di valutazione degli stessi imposti dalla normativa vigente.

 

Innanzitutto, può essere utile partire dall’individuazione di cosa sia, nella pratica, l’oggetto del contendere: per impiego notturno, infatti, si può intendere un’attività che occupi il lavoratore per almeno 7 ore consecutive, comprendenti l’orario tra la mezzanotte e le 5 del mattino. Il lavoratore, per poter essere considerato come “lavoratore notturno”, deve svolgere tale tipologia di attività per un minimo di 80 giornate lavorative all’anno.

Lavorare per lungo tempo durante la notte può avere impatto su diversi ambiti della vita di un individuo, non solo su quello lavorativo ma anche su quello biologico.

Dal punto di vista lavorativo, questa tipologia di attività presenta rischi a livello di concentrazione e reattività, inevitabilmente abbassate dalla mancanza di sonno. A questi due fattori possono corrispondere anche un abbassamento delle prestazioni produttive (in particolar modo nel caso di attività che necessitino di alto grado di attenzione e/o meticolosità, come ad esempio nei trasporti) ed un aumento del rischio di incidenti.

A queste problematiche vanno sommate tutte quelle afferenti invece alla biologia umana, ed in particolare all’alterazione del ritmo sonno-veglia e delle fasi luce-buio, che comportano una desincronizzazione dei normali cicli biologici: la modifica di questi ritmi per un lungo periodo può portare ad una sindrome, chiamata “da fatica generica” e che può manifestarsi con alti livelli di svogliatezza, apatia e sbalzi d’umore, oltre che con problematiche gravi quali ipertensione arteriosa, disturbi al sistema gastroenterico/digestivo, eventi ansiosi/psicotici e, nei casi più gravi, ad un’esposizione maggiore ai tumori rispetto agli altri lavoratori.

Dal punto di vista normativo, in Italia il lavoro notturno non può essere effettuato da donne incinte (e comunque fino al compimento di 1 anno di età del figlio), dagli apprendisti e dai lavoratori minorenni (per quest’ultima categoria sono previste deroghe solo in casi di forza maggiore, per un tempo limitato e in ogni caso per maggiori di 16 anni).

Tra i soggetti invece non obbligati a prestare servizio notturno si trovano la lavoratrice madre di un figlio di età inferiore ai tre anni (oppure il padre, purché convivente), la lavoratrice o il lavoratore che risulti essere unico genitore affidatario di un figlio di età inferiore ai dodici anni e la lavoratrice o il lavoratore che abbiano a proprio carico un soggetto disabile.

Infine, la normativa impone che il datore di lavoro sottoponga i propri lavoratori notturni a programmi di sorveglianza sanitaria, oltre che a controlli preventivi e periodici che ne accertino lo stato di salute e l’idoneità a tale tipologia di lavoro.

 

Per chi volesse ulteriori chiarimenti ed approfondimenti su questo tema e sui programmi di sorveglianza sanitaria e medicina del lavoro, i nostri addetti specializzati sono a disposizione all’indirizzo medlav@sistemigestioneintegrata.eu

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