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Lavori in quota, nuova sentenza della Cassazione
17 Ott 2018

Lavori in quota, una Sentenza della Cassazione fa molto discutere

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Spesso, le controversie riguardanti i lavori in quota fanno discutere, anche a causa di norme che lasciano purtroppo spazio a possibili interpretazioni. Sicuramente fa discutere una recente sentenza della Cassazione Penale, la n. 39104 del 29 agosto 2018. In particolare, questa sentenza va ad alimentare diversi dubbi in merito a quello che la normativa intende per lavoro in quota. Analizziamo brevemente il caso e la decisione della Corte per meglio capire l’importanza di quest’ultima in ambito di sicurezza sul lavoro.

Sentenza Cassazione n. 39104, il fatto

La Corte di Cassazione è stata chiamata ad esprimersi sul caso di un infortunio occorso ad un lavoratore caduto durante lo svolgimento dell’attività lavorativa. In primo grado ed in appello, il datore di lavoro è stato condannato per violazione di quanto previsto dal D.Lgs. 81/08 in materia di lavori in quota e dell’art. 2087 del Codice Civile.

Il ricorso del datore di lavoro era basato prevalentemente su due punti, ovvero:

  • L’attività si svolgeva a 90 centimetri dal suolo, pertanto non si sarebbe dovuta configurare come “lavoro in quota” ai sensi dell’art. 107 del D.Lgs. 81/08. Tale fatto si sarebbe evinto dalla documentazione fotografica fornita dal datore di lavoro stesso;
  • L’ordine di eseguire tale attività, peraltro non su un’adeguata impalcatura, non sarebbe stato dato direttamente dal datore di lavoro (non presente in cantiere al momento dell’infortunio) ma bensì da un altro soggetto. Pertanto sarebbe dovuta decadere la responsabilità penale per il datore di lavoro.

Le motivazioni della sentenza, e le implicazioni per i lavori in quota

La Cassazione ha rigettato il ricorso del datore di lavoro, confermando le sentenze dei gradi precedenti. Le motivazioni addotte dalla Corte sono le seguenti, e soprattutto la prima promette di infiammare la discussione:

  • Il primo punto viene rigettato perché “i giudici di merito hanno fatto corretta applicazione del principio ripetutamente affermato dalla giurisprudenza di legittimità, secondo cui, ai fini della applicazione della disposizione di cui all’art. 16 del DPR n. 164/1956 ( ora art. 122 D. Lgs.n.81/2008) relativo alla prescrizioni riguardo ai cd ” lavori in quota”, rileva in concreto l’altezza alla quale si stanno svolgendo i lavori rispetto al terreno, e non quella del piano di calpestio del lavoratore”. Secondo questa interpretazione, quindi, la famosa “quota 2 metri” di cui all’art. 122 del D.Lgs. 81/08 sarebbe relativa all’altezza cui l’attività si svolge e non sarebbe la distanza tra il calpestio del lavoratore ed il terreno sottostante (come invece l’articolo suggerirebbe);
  • A prescindere da questo, però, la Cassazione ritiene che “l’aver messo a disposizione dell’operaio presidi del tutto privi dei requisiti anti infortunistici e l’aver consentito che il lavoratore salisse su un pianale appoggiato in modo rudimentale su un cavalletto integrano mancanze che – indipendentemente dalla prescrizioni specifiche imposte per le lavorazioni superiori ai due metri di altezza – costituiscono violazione degli obblighi di sicurezza a garanzia della salute e della incolumità dei lavoratori”;
  • Il secondo punto del ricorso è stato anch’esso rigettato. Questo perché “la qualifica di datore di lavoro…comporta l’assunzione della posizione di garanzia in ordine alla applicazione e rispetto della normativa antinfortunistica; l’espletamento di specifiche attività nei cantieri mobili da parte di altri soggetti…lungi dal trasferire automaticamente la posizione di garanzia facente capo al datore di lavoro, può comportare l’assunzione anche in capo ai predetti soggetti degli obblighi imposti dal D.Lgs 81/08”. Ciò significa che tali obblighi si accumulano a quelli del datore di lavoro, senza certamente escluderli.

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