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12 Dic 2017

Lavori in quota, nuova nozione dalla Corte di Cassazione

La definizione di “lavori in quota” è sempre stata piuttosto ambigua nella normativa italiana in materia di salute e sicurezza sul lavoro. Ad aggravare questa situazione di confusione in merito spesso hanno contribuito anche alcune sentenze della Cassazione. L’ultima di queste sentenze risale allo scorso settembre ed ha scatenato la discussione. Analizziamo brevemente il fatto e la sentenza della Cassazione per cercare di capire come debbano essere intesi i lavori in quota e come questo influisca anche su altri aspetti, come ad esempio l’utilizzo dei DPI.

I lavori in quota nella normativa in materia di sicurezza sul lavoro

Il tema dei lavori in altezza è stato dibattuto in diverse occasioni. Proprio per il fatto di essere stato affrontato più volte, esistono diversi approcci alla medesima nozione. Nella fattispecie, una prima definizione era contenuta nel D.P.R. 164/1956 relativo alla sicurezza nelle attività di costruzione. In questo primo Testo, veniva stabilito che “nei lavori che sono eseguiti ad un’altezza superiore ai m. 2 devono essere adottate, seguendo lo sviluppo dei lavori stessi, adeguate impalcature o ponteggi o idonee opere provvisionali o comunque precauzioni atte ad eliminare i pericoli di caduta di persone e di cose“.

Il problema principale di questa definizione è la sua ambiguità riguardo ai 2 metri citati. Infatti, non viene chiarito se tale altezza fosse da riferirsi alla quota alla quale venivano effettuati i lavori (indicativamente, l’altezza della posizione delle braccia dei lavoratori) oppure a quella da cui il lavoratore potesse cadere (ovvero l’altezza del piano di calpestio sul quale si opera). A tal proposito, la Cassazione si è espressa diverse volte, propendendo maggiormente verso la prima opzione.

In seguito, anche il D.Lgs. 81/08 ha affrontato il tema (artt. 107 e 122, quest’ultimo successivamente modificato dal Decreto correttivo 106/2009). In questo caso, viene definito il lavoro in quota come “l’attività lavorativa che espone il lavoratore al rischio di caduta da una quota posta ad altezza superiore a 2 metri rispetto ad un piano stabile“. Per questo tipo di attività è previsto un obbligo di protezione al fine di evitare la caduta di persone o cose.

Ciò, tuttavia, non significa che per lavori “sottoquota” non debba essere prevista protezione. In tal caso, non si applica l’art. 122 ma altre disposizioni contenute sempre nel D.Lgs. 81/08. In particolare, l’Allegato IV prevede che “le impalcature, le passerelle, i ripiani, le rampe di accesso, i balconi ed i posti di lavoro o di passaggio sopraelevati devono essere provvisti, su tutti i lati aperti, di parapetti normali con arresto al piede o di difesa equivalenti“.

La sentenza della Cassazione sull’ultimo caso

Nel caso in esame, la Cassazione è stata chiamata in causa da un ricorso di un datore di lavoro. L’accusa per quest’ultimo era di aver causato lesioni gravi ad un dipendente non avendo esatto che esso indossasse l’apposito elmetto protettivo e non inserendo nel Piano Operativo di Sicurezza (POS) l’apprestamento dell’opera provvisoria da cui è caduto. Il lavoratore, al momento della caduta, si trovava ad un’altezza di 1,87 metri e non indossava l’elmetto.

La Cassazione ha rigettato il ricorso del datore di lavoro basandosi su diversi elementi del ricorso stesso. In particolare:

  1. Il datore di lavoro sosteneva che la responsabilità non fosse sua in quanto aveva delegato le funzioni in materia di sicurezza sul lavoro ad un tecnico qualificato. Motivo non accolto perché nessun documento di delega di funzioni è stato fornito in sede di sopralluogo;
  2. Si sosteneva inoltre che in realtà il lavoratore indossasse l’elmetto, sbalzato nel momento dell’impatto al suolo. Rigettato sulla base delle testimonianze dell’infortunato e dei colleghi presenti durante le prime fasi di soccorso;
  3.  L’assenza della previsione del ponteggio nel POS è stata riferita dal Coordinatore dei Lavoratori in fase di Esecuzione e viene ritenuta particolarmente grave. Ciò in quanto l’assenza di una specifica valutazione dei rischi in materia non ha consentito l’individuazione di misure di prevenzione e protezione efficaci;
  4. Infine, la Cassazione ha addotto una motivazione riguardante la definizione stessa di lavori in quota. Nella fattispecie, la Corte afferma che “l’altezza superiore a 2 metri dal suolo, tale da richiedere le particolari misure di prevenzione prescritte dall’art. 122 del D.Lgs. 81/08 (che ha sostituito l’art. 16 del D.P.R. n.164/1956, ponendosi però in continuità con esso), va calcolata in riferimento all’altezza alla quale il lavoro viene eseguito, rispetto al terreno sottostante, e non al piano di calpestio del lavoratore”.

Proprio quest’ultimo punto è quello che maggiormente fa discutere. Infatti, nel caso particolare, ciò fa una grande differenza, poiché pur essendo il ponteggio alto 1,87 metri il lavoro si svolgeva ad un’altezza ben superiore ai 2 metri di altezza. Dunque, il datore avrebbe dovuto provvedere sia all’inserimento del ponteggio nel POS che alla valutazione del rischio di cadute dall’alto.

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